VERGINE MADRE. VIAGGIO NELLA DIVINA COMMEDIA

domenica 12 giugno | ore 20.00 | Teatro Mercadante

di e con l’attrice toscana Lucilla Giagnoni (scuola di Gassmann).

Ad Altamura, evento unico nel sud Italia, “Vergine madre. Viaggio nella Divina Commedia“, spettacolo teatrale di e con Lucilla Giagnoni. Una rivisitazione e una rilettura di sei dei più celebri canti della Divina Commedia: Il Viaggio (primo canto dell’Inferno), La Donna (Francesca, V canto dell’Inferno), l’Uomo (Ulisse, XXVI canto dell’Inferno), il Padre (Ugolino, XXXIII canto dell’Inferno), la Bambina (Piccarda, III canto del Paradiso), la Madre (Vergine Madre, XXXIII canto del Paradiso).

L’evento è stato organizzato da La Nuova Murgia, mensile di Altamura, e la casa editrice lucana Menabò Creazioni d’Arte, con la collaborazione di aziende locali.

Per info e acquisti biglietti: Box Office Teatro Mercadante | 080310122 | info@teatromercadante.com |

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Intervista a Lucilla Giagnoni

di Benedetta Pallavidino (tratto da Alessandria Post, mercoledì 11 maggio 2016)

Come prima domanda: cosa porta un attore, ad un certo punto della sua carriera a prediligere il monologo?

Ho lavorato per 20 anni per il Teatro Settimo popolato da individualità molto forti, non solo da attori, ma da autori/attori. Ho seguito ciò che amavo di più e che meglio conoscevo, anche grazie ai mei studi. Ho scelto il filone filosofico/ermeneutico e con esso la sua lingua che è l’esegesi. Mi sono focalizzata su testi che non essendo teatrali richiedevano un solo interprete, anche se in realtà non si tratta di un vero e proprio monologo: in scena sono sola, ma allo stesso tempo sono in continuo dialogo con i tecnici luci e audio e con Paolo Pizzimenti che si occupa delle musiche. Inoltre sono in dialogo reale con il pubblico, che diventa l’altro attore. Ogni tanto porgo loro domande a cui mi aspetto rispondano.

 

La Divina Commedia è il testo che inaugura la storia della letteratura italiana, un testo ostico, con un peso non irrilevante, perché questa scelta?

E’ stata prima di tutto un’esigenza personale sorta dopo l’11 settembre. La caduta delle Torri Gemelle ha generato la crisi, tutto è improvvisamente precipitato nell’inferno. E da allora l’inferno lo si è vissuto e lo si è guardato negli occhi. Lo stesso Dante, a suo modo, aveva vissuto quell’inferno: aveva perso la famiglia, la carica politica, la cittadinanza, era stato costretto all’esilio. Dante era un uomo disperato che doveva compiere un percorso per poter rinascere.

Il percorso che io propongo passa dall’Inferno direttamente al Paradiso (il Purgatorio lo abbandono, non solo per esigenze di tempo, ma anche perché è la cantica che più si avvicina alla vita che viviamo) e giunge a quella risoluzione che io trovo unica e originale: a concludere un viaggio regolarmente scandito dall’incontro di figure maschili, è una donna, una donna impossibile, inimmaginabile, un vero e proprio ossimoro: vergine e madre allo stesso tempo (da qui il titolo dello spettacolo).

 

I sei canti da lei rivisitati, non sono solo tra i più celebri, ma sono anche quelli che meglio definiscono la figura di uomo, donna, bambino, padre e madre. Secondo lei le figure dantesche hanno affinità con quelle moderne?

Possono esserlo se li consideriamo come archetipi, non se vogliamo trasporli al giorno d’oggi.

A livello di archetipo oggi tutti i padri occidentali sono il Conte Ugolino: divorano i propri figli privandoli del futuro che gli avevano promesso.

Ovviamente ogni canto e ogni personaggio è soggetto a varie interpretazioni: per me Francesca e il canto V sono l’espressione del linguaggio e della cultura, che anche una donna poteva possedere in ambito medievale. Francesca non è solo un’innamorata adultera, è una donna di cultura capace di smontare tutte le certezze di Dante.

 

Vergine madre viene inserito in una trilogia che chiama Trilogia della spiritualità, per lei cos’è la spiritualità?

Sinceramente non lo so. Affrontando la Commedia sono comparse dentro di me delle domande che non credevo potessero abitarmi. Percorrere un percorso alla ricerca delle risposte mi ha aiutata a crescere. Un percorso simile immagino possa essere considerato spiritualità.

 

I testi dei suoi spettacoli sembrano avere un fine educativo: sono quindi rivolti ai più giovani, o possono essere una riscoperta anche per gli adulti?

I miei spettacoli sono rivolti a tutti, ma mi piace molto lavorare con i giovani, che sono un pubblico molto più educato di quanto si creda. Una volta fatte le dovute premesse (che prevedono l’intervento e la lettura di un canto da parte di chiunque usi il cellulare durante lo spettacolo) prestano la massima attenzione e dimostrano un gran rispetto. E’ molto più semplice agganciarli, dimostrandogli che Dante non ha scritto la Commedia per farli penare sui banchi di scuola, piuttosto che catturare l’attenzione di un pubblico adulto, non sempre rispettoso, che per almeno quindici minuti rimane fisso davanti allo schermo dei cellulari, in attesa di comprendere se valga la pena lasciarsi coinvolgere. È necessario rieducarli, non attraverso una didattica alla Brecht, ma tramite una didattica esoterica che li aiuti a trovare il punto di aggancio che permetta loro di riattivare la fantasia.

Non propongo una narrazione passo passo, non voglio soffermarmi a studiare il linguaggio, ciò che mi interessa è mostrare come Dante possa fornire ad ognuno delle risposte.

 

In Vergine Madre si racconta di una donna che si confronta con i propri spazi e i propri orizzonti e che come Dante segue un cammino verso la purificazione e il rinnovo. Questo testo sarà messo in scena in un teatro, che oggi, dopo anni di chiusura, cerca di rinascere e di tornare a essere ospite della vita culturale della città. Lei vede un qualche legame tra le due cose?

Spesso ci sono legami tra luoghi e testi. Ciò che ci tengo a dire che, oggi, memori di tragedie quali il massacro del Bataclan, chiudere un teatro è il più grande dei delitti che si possa commettere, poiché significherebbe darla vinta a chi vuole uccidere la cultura. Aprire i teatri è un atto di resistenza, oltre che esser la difesa di un luogo di sacralità. Il teatro ci aiuta a fare i conti con la parte di noi che è sempre in guerra, con quel buio che non conosciamo e su cui dobbiamo lavorare.

Amleto, Cassandra, Agamennone, tutti muoiono in scena e suscitano in chi assiste emozioni e sensazioni contrastanti che potevano essere nascoste nel buio che è dentro di noi. Il teatro, a volte, può essere di gran lunga più benefico del lettino dello psicanalista, per questo deve resistere.

 

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